A Sinesio da Ipazia,
salve!
“Voi non potete
dubitare delle cose in cui credete,
io debbo.”
Ipazia
di Alessandria
A
Sinesio da Ipazia, salve!
Io
non so quando questa lettera ti giungerà.
Ciò
nonostante, la scrivo, come segno di fedeltà a te.
Una notte è passata e, già, un’altra
si annuncia nel freddo che, lentamente, subentra al caldo afoso del giorno,
nell’oscurità che confonde le cose.
Il vecchio Teofilo mi ha messo
qualcosa davanti, ma io ho una sorda fame di parole e di silenzi, senza sapermi
decidere a scegliere.
Ho dormito dall’alba come un masso
immobile nella sua staticità di millenni. Nel sonno ho sentito il vecchio
Teofilo andare e venire, come vanno e vengono i vecchi in solitudine e in
silenzio.
Per
loro andare è come venire.
I vecchi sanno che il mondo entra
senza fermarsi e passa senza vederli.
La solitudine è una stanza senza
pareti!
Tristi tempi si annunciano, voci
inquietanti giungono da varie parti dell’Impero.
Tutto fa temere che, presto, si abbatterà
su di noi neoplatonici una nuova persecuzione, con una monotonia concepibile
solo in questo Popolo romano, reso ottuso da giochi barbari e crudeli,
dall’ozio e dalla crapula.
La tragedia sta aleggiando nell’aria
come vapore sottile e invisibile.
Presto scenderà la notte e il vapore
si trasformerà in nebbia.
La nebbia ci isolerà l’uno dall’altra
e ci lascerà soli dinanzi all’Infinito.
Si odono, ancora, in campo cristiano,
voci coraggiose che si alzano in nostra difesa, che tentano di frenare un nuovo
bagno di sangue, ma nessuno le sente o osa sentirle.
Presto
taceranno.
Alcuni di noi sono fuggiti per
mettere al sicuro mogli e figli in Etruria, altri hanno abiurato.
Non mi sento di condannarli.
Io non abiurerò.
Viviamo in un mondo schiavista e
sostenere che il Salvatore di questo mondo sia un uomo morto sulla croce, nel
supplizio comune degli schiavi, è senza dubbio alcuno molto pericoloso.
Vi è impercettibile, ma indubitabile,
la sensazione che il nostro mondo sia sulla via del tramonto. Le sue feste
grandiose, mantenute immutate da secoli nel loro ridicolo cerimoniale con una
dovizia di mezzi che solo un Impero può concedersi, non ingannano più.
Gli uomini non si comprendono più e
l’unico tratto che hanno in comune è l’ansia di conoscersi per soddisfare la
propria inquietudine. Tuttavia, incontrarsi solo nella generica ansia di
comprendersi, senza trovare un terreno comune di parole e di concetti su cui
convergere e mettersi d’accordo, porta all’alienazione, all’insoddisfazione, a
profondi turbamenti; alcuni, e sono i più numerosi, divengono fanatici,
materialisti, violenti senza motivo, intrattabili, sfrenati nella ricerca del
piacere immediato, qualche volta feroci e sadici fino alla criminalità; altri,
più sensibili, soffrono in silenzio, vagano da dottrina a dottrina,
insoddisfatti di se stessi al punto de cercare quelle dottrine o pratiche che
promettono l’annullamento della coscienza e della volontà in una sorta di
sprofondamento nel nulla, nel sonno senza Sogni o suicidio dell’Anima; e si
danno, oramai, sempre più numerosi i casi di giovani inesperti e fragili che
sono passati per disperazione da questo suicidio psichico al vero e
irreversibile suicidio del corpo.
Questi giovani mi inquietano e io
vorrei dare loro la consolazione della ragione, convincendoli che tra noi non
avrebbero da cercare tanto lontano la pace, almeno non così lontano come è il
nulla, il non-essere, la cui pace non ha volto che promette gioia e
soddisfazione e neppure conoscenza.
Ti
scrivo con l’animo affranto.
Dentro
di me qualcosa si ribella alla crudeltà, al dolore, all’impotenza… alla stessa morte…
Chi sono?
Il tuo Cristo ha una risposta a
questa domanda?
Come non dubitare che non abbia vissuto,
lui stesso, il dramma di non essere pronto!
Ho svolto in questi giorni un intenso
lavoro di ricerca.
Il lavoro mi serve per non pensare
alla tristezza dei tempi, per non soffrire o soffrire meno, della solitudine,
del silenzio e del vuoto nella mia Vita.
Vivo una miriade di sensazioni mai conosciute
prima, precarietà, inutilità, pericolo incombente che può troncare di netto,
senza preavviso, non ciò che potrei fare tra un mese o tra un anno, ma
nell’immediato domani.
A nostra insaputa, altri pensano a
noi, sanno quanti siamo, dove siamo.
Una firma, un ordine, un banale
incidente o la semplice necessità di trovare materiale umano necessario per una
plebe indocile da addormentare sollazzandola con ciò che più le fa piacere sono
le incognite della nostra Vita.
Viviamo di incognite.
Sono il tema dei nostri discorsi.
L’incubo delle nostri notti.
Un passo più pesante nella strada,
più passi cadenzati, un improvviso bagliore ci bloccano il fiato, ci prendono
allo stomaco.
Sentiamo per tutto il corpo una frenesia
di fuggire.
Ma dove?
La paura si insedia nella testa da
padrona assoluta, caccia via coscienza, volontà, ricordi…
Alcuni rinsaviscono.
Altri no.
La paura li ha uccisi.
Sono quelli che non hanno più paura.
Comprenderai, ora, la necessità di
essere sempre occupata da qualcosa, giorno e notte, finché non mi addormento
senza accorgermene, ma di un sonno leggero misto a vigile attesa, che un vago
sospetto interrompe di colpo.
L’Imperatore ci tollera.
Ora, tuttavia, dopo mesi di
trepidazione respiriamo, possiamo uscire senza paura, goderci queste belle
giornate.
Il primo impulso è stato quello di
immergermi nella natura, nel suo silenzio, nella sua vita fatta di suoni noti e
ignoti, di albe e di tramonti dai colori così infinitamente variabili secondo
le ore e i giorni, da lasciarmi ogni volta stupita come di fronte a spettacoli
imprevisti e imprevedibili.
L’incanto di questo splendido Inverno
è infinitamente dolce e consolante.
Sento il prodigio di essere viva, il
miracolo di vedere, la possibilità, fino a pochi giorni fa inaudita, di
rilassare l’animo, il corpo, i sensi, riempiendoli di luce e di colori.
Passo molte notti all’aperto per
assaporare il fascino del cielo pieno di stelle, visto così, distesa in
giardino, nel buio più profondo, sostenuta da questo piccolo globo vagante
senza luce, regolato nel suo moto da leggi così precise e perfette da non avere
bisogno di alcun segnale per evitare scontri con altri oggetti celesti, come
può succedere a corpi che si muovono senza regole; ebbene, così distesa, è tale
la suggestione che provo che, ogni qualvolta penso di alzarmi, dico tra me:
“Ancora
qualche istante… ancora qualche istante…”
E, così, fino all’alba.
Nessuno conosce il momento esatto
della sua morte.
Forse, dovrei essere grata, perché
possiedo una informazione tanto preziosa.
E mi dico:
“Io
sono Ipazia, nobile e orgogliosa discendente di Teone e non ho paura di morire.”
La candela si sta spegnendo…
Non commentiamo gli eventi.
Non parliamo del nostro dolore.
Noi sentiamo e pensiamo all’unisono, oggi
come ieri.
E non dovremmo confinarci nel
passato.
Non era bello.
Il presente è terribile.
Resta l’avvenire.
È terribile anche questo.
Ma dobbiamo guardarlo in faccia e non
voltargli le spalle.
Eraclito
resta per me il rifugio spirituale, geografico, religioso e umano.
Ho in animo
di acquistare, se mi resta tempo ancora, una casa molto modesta in Gallia.
Ho detto,
intenzionalmente, molto modesta.
Oramai non
abbiamo più né mezzi né svaghi per dimostrarci esigenti nella scelta della
località e nella struttura della casa.
Quattro
stanze mi sono sufficienti, un pozzo e un piccolo appezzamento di terra
coltivabile a orto, con qualche albero da frutta e una vigna.
Tutti i manoscritti
originali sono andati distrutti nell’incendio della Biblioteca, ma ne ho conservate
e depositate in luoghi diversi due copie di ognuno.
Dammi
notizie di te, della Gente di Cirene e della tua Casa.
A Sinesio
da Ipazia, l’auspicio di un buon Natale e un prospero Anno Nuovo!
Daniela Zini
Copyright © 17 novembre 2018

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